In alcune fasi della nostra vita, tutti abbiamo bisogno di stare un po’ da soli. Qualche breve periodo passato da soli con noi stessi può aiutarci a capire meglio chi siamo e cosa vogliamo, può metterci in un’ottica diversa e aiutarci a vedere delle alternative alla nostra condizione attuale o la contraddittorietà di alcuni modelli che diamo per scontati. Tuttavia, l’essere umano è un animale sociale e questi momenti danno il loro meglio solo se in concomitanza a essi passiamo del tempo anche con le persone che ci stanno a cuore. Insomma, “est modus in rebus”, come avrebbero detto i nostri antenati, ma a quanto pare noi italiani abbiamo qualche problema ad applicare questo concetto: stando infatti alle indagini riportate da  Leggo.it, Repubblica e dal Corriere Adriatico siamo il popolo più solo d’Europa.

Guardando i giovani, vien da pensare che non ci siano problemi: nove giovani su dieci vedono gli amici almeno una volta a settimana, ma che succede quando si cresce e cambiano le abitudini? Succede che i numeri calano drasticamente: un italiano su tre non esce con gli amici neanche nel weekend e conduce una vita in quasi totale solitudine. La media delle persone che escono almeno una volta a settimana è un po’ più rassicurante nel Mezzogiorno ma, man mano che si sale verso il Nord, la percentuale scende al 64%. Qualcuno potrebbe pensare che la gente tenda a non uscire perché vive delle relazioni sentimentali appaganti dentro casa, ma non è così: l’anno scorso è stato calcolato che il 31% dei nuclei familiari italiani è costituito da una persona sola. In parole povere, abbiamo una gran quantità di single.

Stando a quanto riportato dall’Agenzia Italiana del Farmaco il consumo di psicofarmaci utilizzati per combattere ansia, insonnia, nevrosi e attacchi di panico è aumentato di quasi l’8% nell’ultimo anno, così come il consumo di benzodiazepine. Secondo il coordinatore del Dipartimento Salute Mentale Asl Rm2 Massimo Cozza questo significa che il disagio psichico e lo stress sono ormai una condizione quotidiana per molti di noi e a pesare «sono una crescente solitudine, un futuro incerto e una sempre maggiore incapacità di gestire le frustrazioni».

Emma Baumgartner, direttore del Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione della Sapienza di Roma, sostiene invece che i dati siano anche troppo positivi rispetto alle sue aspettative: «Abbiamo uno stile di vita frenetico con tempi del lavoro che entrano nell’organizzazione delle nostre giornate al punto di condizionarle. Con differenze da considerare sia per quanto riguarda l’età, per cui un anziano non autonomo difficilmente vede gli amici, sia per quanto riguarda i servizi offerti nelle nostre città. Le donne escono meno degli uomini, è vero, ma come fa una mamma ad avere tempo per se stessa se non ha nessuno che la aiuta nella gestione dei figli?».

Siamo sempre più solitari, e non abbiamo ancora citato i dati più allarmanti: in una ricerca Eurostat su individui di ogni paese europeo, il 13% degli italiani ha dichiarato di sentire di non avere nessuno a cui chiedere aiuto (contro una media del 6% negli altri paesi). Il 12% ha anche dichiarato di non avere “nessuno con cui discutere di questioni personali”. Secondo Eurostat, le differenze nelle percentuali di isolamento sociale a livello europeo dipendono anche dalla disparità di reddito fra i vari Paesi: la Svezia, per esempio, ha totalizzato percentuali del 2% e del 4% nelle indagini citate sopra. Uno scenario del tutto diverso da quello italiano e, nel nostro caso, i numeri sono in costante aumento!

Abbiamo detto all’inizio di questo articolo come una giusta dose di momenti in solitudine possano essere d’aiuto a tutti, ma la solitudine assoluta, al contrario, può avere conseguenze gravi. Come riporta Jane E. Brody, giornalista presso il New York Times, troppa solitudine può aumentare il nostro livello di stress e, con esso, il rischio di sviluppare problemi cardiaci, artrite, diabete di tipo 2 e istinti suicidi. Sempre secondo la sig.ra Brody, comunque, bisogna anche saper distinguere fra solitudine e isolamento sociale. Ci sono persone che, pur preferendo uno stile di vita più eremitico, non si sentono per niente sole e chi, pur passando un sacco di tempo in mezzo agli altri, si sente isolato perché le relazioni che tesse non lo arricchiscono in alcun modo. La socializzazione deve essere spontanea, quando è imposta porta solo ad una maggiore alienazione interiore.  Per chi fa parte di una minoranza, diventa facilmente un’integrazione forzata, col risultato che anche chi è naturalmente portato alla condivisione associa ormai una sensazione negativa al termine “socializzazione”.

Ma qual è, quindi, la soluzione al problema della crescente alienazione degli italiani? Di risposte semplici non ve ne sono. Le cause sono complesse e ogni risposta affrettata sarebbe un po’ come dire a chi soffre di depressione patologica: “sorridi che ti passa” – superficiale e, sotto alcuni aspetti, addirittura offensivo.

Tuttavia, mentre aspettiamo di trovare una soluzione, magari insieme a sociologi più esperti di noi, possiamo sempre fare qualcosa. Come una sorta di “reazione naturale”, un’altra percentuale in aumento è quella dei sostenitori dell’etica della condivisione.

Adottare questo approccio alla vita quotidiana non richiede un eccessivo impegno e può essere d’aiuto. Andare a mangiare in compagnia, condividere le piccole cose, fare car-sharing, barattare oggetti invece di comprarne di nuovi, sono tutte piccole iniziative alla portata di tutti che possono arricchire giornate altrimenti tristi. Non è una cura miracolosa alla solitudine, ma visto che possiamo… perché non farlo?

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